Il Cavallo, Principio Attivo dell' Ippoterapia

Il trattamento dei bambini con paralisi cerebrale: intervista a Davide Vido, Fisioterapista/ippoterapista, Diretore Sanitario di Arep Onlus di Villorba (TV)

 

Ma che cos'è l'ippoterapia, a che cosa serve e a quali risultati può portare? Ecco 15 domande e risposte per capire qualcosa di più su questa tecnica

1. Quali sono le patologie più comuni trattate con l’ippoterapia?
Vengono trattate patologie di tipo cognitivo comportamentale, con origine sia organica che non e disfunzioni del sistema nervoso centrale con ricadute sul sistema muscolo scheletrico. In particolar modo vengono trattati bambini con esiti di paralisi cerebrale infantile (PCI). I quadri patologici che si presentano quindi possono interessare solo l’aspetto cognitivo-comportamentale, l’aspetto prettamente motorio o un mix dei due quadri.

2. Qual è la durata media di una seduta?
Una seduta dura 45 minuti, con cadenza monosettimanale.

3. Come e chi prescrive un ciclo d’ippoterapia?
Il ciclo di ippoterapia viene prescritto o dal Fisiatra o dal Neuropsichiatra infantile.

4. Chi esegue le terapie?
L'ippoterapia è un approcio terapeutico che può essere usato da Fisioterapisti, Psicomotricisti, Neuropsicomotricisti dell'età evolutiva, Psicologi o Medici opportumanente formati sull'uso terapeutico del cavallo.

5. Esiste un protocollo di attività standard?
Ci sono delle attività codificate e dei momenti prestabiliti (che hanno anche valore simbolico e rituale) ma non c’è uno schema preciso.

6. Quali sono le attività proposte?
Ci sono delle tipiche attività di pulizia e cura del cavallo che si fanno a terra. Poi ci sono attività a cavallo che possono essere attive o passive, con l’operatore in maternage (termine che indica quando l’operatore sale a cavallo col bambino) o senza, che vanno ad incidere sulla sfera cognitiva-emozionale o sull’aspetto semplicemente motorio. Quando si ha a che fare con l'ippoterapia comunque questi due aspetti sono sempre legati, se c'è movimento c'è emozione e se c'è emozione c'è movimento.

7. Come variano le attività in funzione della patologia?
Più che le attività variano i fini per cui si fanno e si avrà un approccio diverso, quella che sembra la stessa attività può avere scopi completamente diversi. Ad esempio: essere portati in groppa, dopo aver svolto i compiti di cura del cavallo a terra, è un premio per l’impegno messo e per dare fine e significato all’attività fatta in precedenza. Essere portati a cavallo per ridurre il tono muscolare può sembrare uguale alla prima attività descritta ma nasce da uno scopo diverso.

8. Chi si occupa della preparazione / addestramento del cavallo per l’ippoterapia?
Non c’è un addestramento specifico, il cavallo viene abituato a non avere paura dei bambini, del corridoio della pedana per salire, delle carrozzine: tutti elementi estranei al cavallo finché non diventa un cavallo da ippoterapia. I cavalli sono erbivori e come tali ragionano da prede, se non conoscono una situazione per prima cosa la temono e scappano (la loro arma di difesa contro i predatori, in natura).

9. Quali caratteristiche deve possedere l’animale per essere utilizzato a tali fini?
Ci sono delle caratteristiche del carattere e fisiche.
Per il primo aspetto è fondamentale che il cavallo sia equilibrato e che non abbia paura, che non sia troppo abitudinario (altra forte caratteristica dei cavalli). Personalmente ci piacciono i cavalli con doti innate di curiosità che quindi sono portati a conoscere quello che si trovano davanti. Per quel che riguarda l’aspetto fisico i cavalli utilizzati devono avere delle schiene forti ma non troppo larghe, in generale non devono trottare o fare salti ma avere una buona qualità del passo e saper anche accettare in groppa due persone.

10. Qual è il ruolo del cavallo nella terapia?
Se l’ippoterapia fosse un farmaco, il cavallo sarebbe il principio attivo.

11. Quant’è importante “l’esperienza” del cavallo nella terapia? (il fatto che l’animale abbia già svolto cicli d’ippoterapia)
Non è molto importante, una volta che il cavallo ha conosciuto i muovi elementi di questo mondo, basta solo che “si comporti da cavallo”.

12. Quali sono le competenze e gli eventuali titoli necessari per svolgere questa professione?
In Italia ci sono tre vie: l’Anire di Milano fa formazione a professionisti della salute: fisioterapisti, logopedisti, neuropsicomotricisti, psicologi, medici, ecc.; l’associazione Lapo di Firenze, che collabora con l’università della città per il master di primo livello in ippoterapia; la Fise, la federazione italiana degli sport equestri, che forma persone nel mondo dell’equitazione.

13. Nella fase operativa della terapia, quali sono i compiti effettivi svolti dal terapista? (se il terapista lavora da solo o è assistito da qualcuno)
Si lavora in quattro: artiere (che tiene il cavallo e lo porta al passo), il cavallo, il terapista e il paziente-cavaliere.

14. Nella relazione “triangolare” paziente-cavallo-terapista, come si inserisce il terapista tra cavallo e cavaliere? (come mediatore? Interprete?)
Il terapista fa da filtro e decide quanto le maglie del filtro devono essere grandi, in altre parole “dosa quanto cavallo va somministrato al paziente”.

15. Perché funziona l’ippoterapia? Quale è la chiave del suo successo?
Nella vita di relazione ci sono sempre due canali attivi quello cosciente razionale e quello emozionale. La presenza del cavallo attiva in modo spontaneo ed immediato quello emozionale, le esperienze che ci emozionano di più sono anche quelle che rimangono più impresse. Va considerato poi il target della terapia, nel caso di bambini con aspetti di tipo motorio da trattare sono bambini che da quando sono nati hanno a che fare con medici, camici, fisioterapisti, box di fisioterapia, esercizi a tappeto, ortesi; tutte cose che rimandano a pensieri di asepsi, freddezza e ospedalizzazione. Per quanto gli operatori siano bravi a relazionarsi con i bambini il loro limite è intrinseco al luogo dove operano e alla figura che ricoprono: anche se un ambulatorio pediatrico è colorato e giocoso; per un bambino rimane sempre un ambulatorio, e quindi inserito in un contesto ospedaliero. L’ippoterapista ha dalla sua parte il fatto che che lavora con un cavallo, in un luogo, il maneggio, che per le sue caratteristiche intrinseche è il più distante dall’ospedale: all’aperto, c’è la sabbia, la paglia, la “cacca” dei cavalli. Il cavallo poi è un prezioso collaboratore: più o meno consapevole del suo ruolo, trasmette informazioni su tutti i canali sensoriali ha un aspetto maestoso, specialmente per un bambino, è caldo, morbido, ha un odore ben preciso. Per quel che riguarda la sfera emozionale i cavalli hanno quella che si chiama in gergo “intelligenza emotiva”. Probabilmente per la loro natura di prede che devono sempre stare all’erta su chi si trovano di fronte e riescono a capire quale sia il comportamento tenere con i bambini. Lo scopo ultimo dell’ippoterapia è portare tutte le competenze che si acquisiscono in maneggio nella vita di tutti i giorni.

liberamente tratto da ilgazzettino.it Lunedì 14 Febbraio 2011 - 19:15

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